Fiaba per la buona notte dell’assassino da giovane

Il suo corpo, liscio e bianco, sembrerà riempito e tenuto su da cumuli di cotone. 

Dentro, non ci indovinerai le ossa: ostacoli in cui la lama s’incastrerà.

Prima di addormentarti pensi che se non sarai tu, 

dovrà farlo tuo padre e non avrà pietà, non starà attento, si accanirà, 

ne farà scempio e non sarà veloce.

Avrai una figlia un giorno e la chiamerai come tua madre. 

Anna avrà gli occhi azzurri quasi bianchi che si rincorrono nel vostro sangue da generazioni. 

C’è un sorriso rigido, stretto di denti chiusi a non far passare l’aria di un sospiro sulla faccia di chi non riesce a essere naturale, rilassato in mezzo alla gente: lei lo avrà. 

Due fossette le bucheranno le guance nella fissità d’espressione che non tradirà gioia, tristezza o pensiero di nessuna sorta. 

La sua voce sarà lieve come un respiro musicato dall’accento delle parole, misurate, insicure. 

Quando qualcuno le si rivolgerà, riderà isterica di timidezza: una risata soffocata e rauca come lo starnuto di un gatto. Molti la chiameranno “scema”, le faranno il verso.

 Accetterà tutto come si accettano le cose che non hai e non ci puoi far niente. 

Sarà abituata a far finta di non sapere quel che avrai fatto, a obbedirti senza replicare, a non aver desideri o speranza, men che meno richieste da farti- come chiederti il permesso di partecipare alla festa alla quale verrete invitati fra circa venti anni- 

Avrai imparato a tue spese per allora, che esistono regole sociali che non vanno aggirate. 

Pieno di rabbia ti sarai contorto nel dubbio tra l’idea e l’azione. Ti avrà tormento il pensiero che per una colpa non tua, non sarai più uguale agli altri. Avrai visto lo scintillio di derisione nello sguardo di chi dirà di esserti amico. Il dileggio continuo di quella donna al balcone non ti avrà dato tregua: ti coglierà di sorpresa come una cascata di olio bollente rovesciato addosso mentre camminerai assorto. 

Non avrai potuto continuare a simulare normalità una volta immobilizzato, insozzato e ferito. 

A capo chino avrai dovuto accettare sguardi imbarazzati: avrai pagato il prezzo della colpa dei genitori che ricade sui figli. E questo sarà successo ogni mattina alla stessa ora. 

Anni dopo avrai conosciuto ipocriti e espressioni inorridite, dita puntate e mani che coprono gli occhi per non vederti. Sarai marchiato per sempre e ti darà un brivido fare il primo passo in chiesa, la sensazione che persino le preghiere si polverizzino alla tua vista, ogni cosa innocente al tuo cospetto perderà di significato. Per allora avrai già commesso il fatto e la tua vita gli si starà srotolando intorno: nessuna decisione che prenderai sarà più importante, nessuna azione più decisiva, nessuna ammenda abbastanza rilevante. 

Così riconoscerai il valore di una parola sincera e di un uomo che non ti guarderà con pena, paura, rabbia o disgusto. Un uomo di scienza che sarà abituato a sopportare che carne e anima si ammalano e nessuno ha colpa e che avrà comprensione per la cura che avrai maldestramente pensato di trovare per arginare quella falla nella sopravvivenza di un equilibrio sociale. 

Quell’uomo che adesso come te è un ragazzo, sarà il tuo medico, l’unico amico. Fra vent’anni darà una festa e non avrai il coraggio d’impedire a tua figlia di partecipare.

Avrai una fitta di dolore davanti all’espressione sorpresa di Anna che riceverà il permesso di uscire di casa e ricorderai che anche tu avrai avuto, prima che tutto si compia, le stesse regole da tuo padre. Ancora ti verrà difficile capire i silenzi e forse, fino a pochi attimi prima della tua morte, da vecchio, non saprai mai che alcune abitudini scandite da orari precisi senza che niente cambi, persino i pochi scambi di battute, uccidono l’amore, se mai c’è stato o la voglia di vivere.

 Intorno a te generazioni di sopravvissuti, schiavi del dovere e perciò arrabbiati con la responsabilità di mettere un piatto in tavola a pranzo e cena; controllati dal vicino come il cane che mangia dalla sua ciotola non perde di vista il bastardo che gli sta dietro per rubargli una mollica. Gente abituata a inveire contro l’invidia di chi gli abita a fianco. Invidia di chi non ha niente e vive come una conquista persino un fiore che nasce sull’uscio, con la paura che gli venga portato via come tutte le cose non necessarie alla sopravvivenza: tenerezza, desiderio, felicità. 

Un giorno quel fiore inaspettato crescerà nell’ombra della fronte abbassata di tua madre.

Cercheranno di estirparglielo a suon di offese, botte e vendette ma lei ostinata gli si aggrapperà perché della bellezza si può fare a meno finché non la conosci: chissà se tu lo saprai mai.

La strada che percorrerai per andare a scuola, sarà il tuo calvario quotidiano. La moglie dell’amante di tua madre aspetterà ogni mattina; precisa come l’orologio sul campanile, si affaccerà al tuo passaggio e urlerà imprecazioni. I tuoi amici faranno finta di niente. Cercherai di non ascoltare, di camminare veloce a testa bassa sudando tutto il tuo imbarazzo ma le ingiurie seguite da nome e cognome saranno razzi precisi che ti colpiranno alla nuca, scoveranno ogni nascondiglio nella tua coscienza. Non penserai ad altro e un odio crescente ti farà più dritto, più gonfio: piegherà ogni sentimento, ti svuoterà il cuore. 

Quella strada non la percorrerai più. Ti sveglierai ogni mattina all’alba per imboccare vie secondarie di campagna, farai ampi giri nel fango, ti bagnerai, ti ammalerai e sempre più stanco e arrabbiato maledirai tua madre. Parlare con la gente ti verrà impossibile, scorgerai nei discorsi o negli sguardi il giudizio o la pena per essere il figlio di. Sfuggirai i posti affollati, la sensazione di silenzio improvviso al tuo piombare in una stanza. Sentirai il dito puntato dietro la schiena come un proiettile che minaccia di perforarti ma non lo fa, protrae l’attesa e con la sua punta bollette ti sfiorerà ogni volta che per sbaglio penserai ad altro. Il cibo ti diventerà insopportabile: toccando il pavimento dello stomaco rimbalzerà in bocca uscendone a fiotti. Ti sembrerà di aver masticato per giorni tanto le mascelle contratte ti faranno male. 

Ti calmerà solo la speranza che ritornerai a essere uno come tutti – ma la speranza è ingenua-

Avrai appena compiuto sedici anni e saprai che i desideri non si compiono grazie alle preghiere.

Solo l’azione muove le cose. 

Agirai un pomeriggio d’estate.  La sentirai cantare. Lo sgomento ti farà sbarrare gli occhi. 

La sua felicità ti sembrerà ancora più colpevole perché esibita con leggerezza in un canto spensierato, soddisfatto; di chi credendosi solo esprimere la sua gioia smettendo di recitare anche solo per un momento la parte del colpevole che è tenuto a chiedere scusa. 

Sentirai il soffio del suo cuore leggero ghiacciarti i suoni nelle orecchie e saprai cosa fare. 

L’avrai sentito più volte gridare a tuo padre. 

Le minacce rancide di alcool per allora saranno risuonate e ristagnate nel bar del paese. 

– Lui non sarebbe stato pietoso, veloce. 

Avrebbe trasformato quel canto in grida di dolore e suppliche disperate. 

Non l’avresti permesso, non in quel modo. –

 Per questo sarai tu a farlo. 

Uscendo di casa ammanettato cercherai di guardare negli occhi chi ti fissa. 

Avrai il desiderio di essere riammesso nella vita di prima, avrai risolto il problema.

 Cercherai di scorgere un assenso, un sorriso di approvazione, sentirti dire “bravo ragazzo”. 

Nessuno avrà il coraggio di guardarti. Persino il parroco avrà paura che la sua coscienza non gli reggerà nel pronunciare “ego te absolvo”.  

Di notte in carcere ti sembrerà di scivolare ancora su quella pozza di sangue viscido ma non toccherai mai terra svegliandoti di soprassalto. Ricorderai sempre l’attimo prima e quello dopo. 

I ragazzi reclusi ti guarderanno con sorpresa, timore, disgusto: di tutti i crimini dei quali si saranno macchiati, il tuo sarà quello più terribile. A chi importerà fermarli quando ti umilieranno nelle docce, ti prenderanno a calci, ti ruberanno il cibo? 

Non ci può essere tregua nella legge criminale per un matricida.

Uscirai dopo anni e avrai abbandonato la speranza di un’assoluzione. 

Persino tuo padre al quale avrai voluto togliere la macchia di mano, ti guarderà con preoccupazione: come una bestia al guinzaglio, senza avvicinarsi troppo per paura che in un impeto di rabbia tu possa sprezzare le catene e aggredirlo.

I vecchi amici saranno uomini, avranno figli e un lavoro. 

Ancora una volta, per essere uguale agli altri, troverai una ragazza che ti sposerà inconsapevole della tua storia. Ti amerà all’inizio e poi comincerà a odiarti ogni giorno per non averla avvertita. Avrete una sola figlia. Te ne occuperai da solo. Lei si che ti amerà. Sarai l’unica persona a non riderle dietro. 

Saranno trascorsi vent’anni e le darai il permesso di partecipare a quella festa.

Niente sarà cambiato: nelle stanze rumorose sarai quello che porterà il silenzio.

Riceverai occhiate furtive che si fisseranno sul pavimento cercando un pensiero diverso che non sia “assassino”. 

Avrai voglia di andare a nasconderti. 

Ti sforzerai di restare.

Il tuo amico medico ti verrà incontro sereno. 

Ti abbraccerà e ringrazierà per aver accettato l’invito. 

Parlerà di calcio, di politica.

 Quasi ti sembrerà che ogni sguardo accusatorio s’infranga contro la benevolenza del tuo ospite.

Quella sensazione di normalità ti farà sperare di aver espiato. 

Uno squillo di telefono sancirà la fine della festa.  

Il dottore dovrà correre a casa del macellaio. 

Sua figlia, quattordici anni, partorirà in bagno tentando di soffocare il neonato.

Il tuo amico non saprà ancora se dovrà constatare una morte o salvare una vita.

Sulla strada di casa Anna ti prenderà per mano.

Nel buio la sua voce darà vita ai tuoi pensieri-

 “Finalmente qualcuno l’ha fatta più grossa di te”

Un racconto di Ermanna Serpe

Illustrazione di Giulia Canetto

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