La domanda arriverà quando sarete quasi alla fine, feroce e appagante come un delitto, e una delle risposte sarà nove mesi. Giorno di più, giorno di meno.
L’occasione il compleanno di mamma.
Il luogo casa di mamma, di papà. Casa tua, ancora. Ma non tutta quanta la casa: la sala da pranzo. Orchidee rosa sul davanzale della finestra, le tende bianche ricamate, il servizio buono del matrimonio sopra la tovaglia di cotone grigia, le quattro sedie di vimini più due prese dalla cucina più il seggiolone dell’Ikea.
I presenti voi. E chi, se no? Mamma e papà, Matteo, Cristina con il piccolo Luca, nonna, te. Alessandro no, Ale ancora glielo dovrai presentare.
Il menù sarà di tre portate. Primo, secondo e dolce: niente antipasti, per carità, che mamma avrà già troppe cose da preparare, a cui badare. Partirete dal primo, dalle lasagne. Partirete male. Papà dirà che sono insipide, che è stufo di mangiare sempre lasagne insipide.
« Sempre ‘sto schifo» dirà.
Sentirai una fitta al basso ventre. Farai finta di nulla e ascolterai mamma che dice di averle preparate per Luca. Sarà una balla, lo sapete tutti, le ha fatte per papà perché sono più facili da masticare, ma tanto a lui cosa importa. Allontanerà il piatto e batterà il pugno contro il tavolo, e le pastiglie rotoleranno sulla tovaglia come biglie nella sabbia. Matteo farà finta di nulla. Cristina farà finta di nulla e taglierà le lasagne in tanti umidi cubetti e imboccherà Luca, che li sputerà felice. Nonna è sorda e s’ingozzerà.
Per secondo ci sarà il brasato con le patate, e prima del brasato ti alzerai e prenderai da sopra la credenza una bottiglia di vino. Sceglierai un vino rosso, fermo, corposo, di quelli che piacevano tanto a papà prima che si ammalasse. Da un’anta della credenza produrrai sei calici: uno per mamma e Matteo e Cristina, ovvio, e uno per nonna, ovvio, e poi uno per papà, anche se non può bere, e uno per te, anche se è meglio se non bevi. Per Luca no. Ovvio. Sarai tesa e litigherai con il tappo. Resisterà ai tuoi sforzi come un cerotto affezionato alla sua ferita. Dopo tre tentativi riuscirai ad aprire la bottiglia e verserai il vino nei calici, e nel tuo calice e in quello di papà lascerai cadere solo poche gocce. Somiglieranno a sangue. Sangue vecchio. Poi mamma servirà il brasato e comincerà da papà, le tremerà la mano – sarà tesa anche lei – e del sugo gli finirà sui pantaloni. E papà bestemmierà, mamma si scuserà, e papà bestemmierà di nuovo e alzerà il calice, e guarderà il calice e bestemmierà una terza volta. Per dei vecchi pantaloni già sporchi. E tu ti arrabbierai, ma mica per le bestemmie, no, figuriamoci, a quelle ci sei abituata, a innervosirti saranno le facce sgomente di Matteo e Cristina. Se ne staranno lì, immobili, come due bestie ferme in mezzo alla strada, abbagliate dai fari di un camion. Come se avessero dimenticato. E tu penserai: basta così poco? Basta andarsene? E poi penserai: forse sì. Forse ha ragione Ale. E Luca masticherà la carne e la sputerà soddisfatto nel piattino. E nonna è sorda e asciugherà le macchie di sugo con del pane raffermo.
Infine, trionfale, la torta. L’avrai ordinata tu, avrai pedalato fino alla pasticceria del centro che piace tanto a mamma e l’avrai prenotata. A ritirarla ci sarà andato Matteo, perché Cristina finiva tardi di lavorare e tu con la bici rischiavi di ribaltarti. I soldi però ce li avrai messi tu. Ci tenevi. La torta sarà avvolta in un’elegante carta verde scuro, il nome della pasticceria sarà scritto in corsivo e in oro.
«Grazie» dirà mamma. Ti sembrerà felice.
La torta sarà una torta al cioccolato, una torta sacher, la sua preferita. Vorrai nasconderne un pezzo per Ale. E vorrai imparare a farla: il tempo, tra un po’, ce l’avrai. Sopra la torta ci sarà disegnato un fiore. Non saprai riconoscere quale, forse una margherita, forse un crisantemo, di sicuro un fiore dolce.
«Che schifo» dirà papà.
Lo ignorerai, lo ignorerete, e Cristina impugnerà il coltello e lo affonderà nella torta.
«Io non la voglio» dirà papà.
Lo ignorerete, e Cristina inciderà la torta ed estrarrà le fette, sette, sette fette perfette, glassa di cioccolato fondente su pan di Spagna al cioccolato su marmellata d’albicocche su altro pan di Spagna, sempre al cioccolato. Poi le poserà sui piattini senza rovesciarne nemmeno una. Su ogni fetta un petalo di zucchero.
«Visto che brava?» dirà soddisfatta.
«Sì» dirà papà, «bravissima». Nella mano destra impugnerà ancora il calice di vino, come lo scettro spezzato di un deposto re. «Mi chiedo come abbia fatto a lasciarti il tuo ex. E a sposare un’altra, per di più. Com’è che si chiamava?».
«Ignoralo» dirà Matteo. È il fratello maggiore, il figlio maschio, ma se n’è andato via da casa tre anni dopo Cristina, e dopo che anche lui se n’è andato la vita, in casa, non è migliorata né peggiorata. Lo guarderai e penserai che le spalle di Ale sono più larghe.
«Tu sta’ zitto» dirà papà. «Che aspetto ancora i soldi che t’ho prestato per comprare l’appartamento».
«Ne dobbiamo parlare proprio ora?» dirà mamma.
«Scusami, cara». Il sorriso di papà somiglierà a quello di un attore scadente. «Rimandiamo pure». Una smorfia che crede di essere un sorriso. «Tanto ho tutto il tempo che voglio».
Le pastiglie brilleranno sotto la luce del lampadario, e brilleranno le orchidee e le posate e la marmellata, e brillerà il cranio lucido di papà. Ti salirà la solita nausea. Sentirai la mancanza di Ale. E salterai su dalla sedia e fuggirai nello sgabuzzino e dentro lo sgabuzzino troverai la lavatrice che lava, e dietro l’ammorbidente troverai un sacchetto infiocchettato, e lì dentro la mamma troverà più tardi un bracciale d’argento. Lo prenderai e dimenticherai la porta dello sgabuzzino aperta e tornerai in sala fermandoti sull’uscio. Cristina starà servendo la torta.
«Ho detto che non la voglio» dirà papà.
«Non mangiarla» dirà Cristina.
Papà lascerà andare il calice. Il suo braccio sarà ridotto ormai a un fascio di ossa e nervi e pelle, ma dentro ci sarà ancora parte della forza di un tempo, e tutta la rabbia. Afferrerà il polso di Cristina.
«Vi divertite, vero?» dirà. «A trattarmi come un bambino». E Matteo si alzerà in piedi e per un istante ti apparirà alto quasi quanto Ale, e papà vedendolo alzarsi mollerà la presa. Sul polso di Cristina si gonfieranno le impronte rosse di cinque dita, e tua sorella le ignorerà e continuerà a servire il dolce. E Luca ci infilerà dentro il ditino e succhierà la marmellata e sputerà la marmellata nel piatto. E nonna è sorda e urlerà: «Ma le candeline?».
Avrà ragione. Vi sarete dimenticati le candeline.
«Nel secondo cassetto» dirai indicando la credenza, e Matteo aprirà il secondo cassetto e cercherà i numeri di cera e li infilerà nella fetta di mamma trafiggendo il petalo.
«Ormai è tagliata» si scuserà.
E mamma scuoterà la testa con un sorriso, e Matteo tirerà fuori dalla tasca l’accendino e accenderà il cinque e accenderà il sei, e i numeri saranno grandi e rossi e cinquantasei, già cinquantasei, anche se mamma li porta bene, e tu dirai «Esprimi un desiderio», e quando mamma chiuderà gli occhi ti avvicinerai al tavolo e nasconderai il regalo sotto il tavolo, e tutti quanti inizierete a cantare «Tanti auguri a te, tanti auguri a te», anche nonna che però è sorda e canterà fuori tempo, anche Luca che però non parla bene e canterà sputacchiando, e mentre voi sarete impegnati a cantare papà si alzerà e si allontanerà dal tavolo, e mamma aprirà gli occhi per soffiare e fisserà la schiena di papà e non soffierà più. E voi smetterete di cantare.
E papà continuerà a camminare piano, a camminare piano verso il divano.
«Non potevi aspettare?» dirà Cristina.
«Sono stanco».
Mamma sorriderà. «Dai, torna qui. Con noi».
Papà non si volterà nemmeno. «No» dirà, e la sala ti sembrerà più immensa che mai, la voce di papà che arriva da lontano, da un altro luogo o un altro continente. «Ma continuate pure. Fateci l’abitudine».
E tu guarderai la torta. E guarderai quel che resta del fiore e guarderai mamma che non sorride più e guarderai la schiena un tempo così dritta e ora così curva di papà e lascerai esplodere tutta la pressione che hai accumulato nella pancia dopo il primo ritardo: «Ma quando cazzo ti decidi a crepare?».
Ecco la domanda.
E l’altra risposta saranno la forchetta di mamma che tintinna contro il piatto, il centrifugare furioso della lavatrice nello sgabuzzino, il petalo di un’orchidea che plana sul davanzale e la dentiera di nonna e le gengive di Luca e i due cuori che ti picchiano dentro, uno nella gola e l’altro che germoglia nella pancia, veloci e lontani e vicinissimi: insomma quell’insieme trascurabile di suoni che siamo soliti chiamare silenzio.
Un racconto di Francesco Ceffa
Illustrazione di Giulia Canetto

