La prima volta che mi sfiorò, pensai fosse per sbaglio. Ero sulla linea L, andavo all’ultima lezione della scuola di clown, seduta su uno degli ultimi posti singoli, verso la fine del vagone. Il treno era affollato, l’aria di metà agosto statica e inebriante, la vista della città così familiare che non la vedevo nemmeno più. Nella mia borsa c’erano i miei strumenti da clown: due nasi rossi, il cerone, una parrucca riccia color arcobaleno, un paio di scarpe da clown numero 48, guanti e trombetta. Quella mattina mia figlia mi aveva convinto a infilarmi a forza nella sua tutina rossa portafortuna. La scuola di clown era stata una sua idea. Mi ero costretta a frequentarla per otto lunghe, umilianti settimane.
I tetti sfrecciavano veloci, dovevo andare in bagno ed ero preoccupata di come mi sarei liberata di quella tuta nelle minuscole toilette della scuola. Mi stringeva intorno alla vita dopo l’eccessivo mangiare per calmare il dolore del mio recente divorzio.
Quando la mano s’infilò nel buco tra il mio sedile e la parete, mi scostai appena, pensando che la persona dietro di me si fosse stiracchiata e mi avesse inavvertitamente sfiorato.
Ma doveva essere il rosso che lo attirava, come una fiamma. Quando si avvicinò una seconda volta, la sua mano strisciò lungo i miei fianchi e sotto il mio sedere. Trasalii e mi girai di scatto. Nel sedile dietro il mio, un uomo teneva lo zaino in grembo. Indossava occhiali da sole, doveva essere almeno dieci anni più giovane di me, ma per il resto era anonimo, nella sua camicia blu. Era talmente privo di espressione che mi rigirai, mentre il sangue mi confluiva in faccia tanto che persino le punte delle orecchie mi bruciavano. Pensai di spostarmi verso un’altra parte del treno, ma ero pietrificata. Qualche minuto dopo, la sua mano lunga e ossuta riapparve. Questa volta mi alzai di scatto, e sbandai mentre il treno frenava bruscamente per una fermata. L’uomo mi lanciò un’occhiata e distolse lo sguardo, come se fossi uno di quei passeggeri squilibrati che è meglio ignorare. Intorno a noi, gli altri alzarono lo sguardo e si voltarono subito dall’altra parte.
Erano passati anni dall’ultima volta che ero stata molestata, figuriamoci palpata, ma i tutti i ricordi in cui lo ero stata mi affiorarono alla mente. La prima volta avevo otto anni e stavo tornando a casa dal parco, al tramonto. Un ragazzino mi aveva spinta sul prato.
“Lo sai cosa voglio”, aveva ringhiato. I grilli cinguettavano, e le case accese rimanevano impermeabili. “Griderò brutto assassino”, dissi io.
“Provaci. Nessuno ti sentirà”.
Quando strillai, il mio urlo era talmente acuto che il ragazzo si levò di torno.
Ma quel pomeriggio sul treno, come dicevo, era da tanto che non succedeva niente di tutto ciò. In quel momento avevo perso l’invisibilità di cui donne più grandi di me mi avevano parlato, e insieme a quella perdita era arrivata una frattura, un’interruzione nel campo di forze, una scheggia di tempo. L’uomo non mi aveva ferita, aveva a malapena dato un assaggino, come si diceva una volta, ma mia figlia avrebbe urlato se fosse successo a lei. Avrebbe avvisato il conducente o coinvolto gli altri passeggeri per buttarlo fuori dal treno. Sarebbe rimasta senza parole se le avessi detto che non avevo fatto assolutamente niente.
Il vagone era meno affollato adesso. Stavo in piedi nel corridoio, reggendomi allo schienale del mio posto, quando dalle labbra dell’uomo si levò un sorrisetto. Alla fermata Armitage, mi spinse di lato per scendere dal treno. Me la presi con il mio ex marito per quello che feci poi. Quando divorziammo, confessò che voleva andarsene da anni, che un futuro con me gli dava la sensazione di una morte imminente. L’unica persona che mi aveva toccato quell’anno era stato il mio dottore, quando aveva trovato un nodulo nel mio seno destro.
Seguii l’uomo mentre si affrettava sulle scale e fra i tornelli. Gli stavo alle calcagna: sotto i binari, lungo il marciapiede, oltre i negozi, fino a un quartiere di case a due e tre piani molto vicine tra loro. Lui affrettò il passo. Provava a fare il disinvolto, lo zaino appeso su una spalla sola. Si voltò una volta, velocemente. Stringeva le chiavi nella mano bassa – un trucco che conoscevo bene. Potevo percepirlo guardarsi attorno per cercare qualcuno che potesse venire in suo aiuto. Aveva paura. Di me.
Avrei perso la mia performance, lo spettacolo finale che, se avessi passato, mi avrebbe portato al corso successivo del programma “Accogli il tuo perdente interiore”, e forse era quello il motivo per cui stavo seguendo quell’uomo, per offrirmi una via d’uscita. Pensavo che la scuola di clown sarebbe stata facile perché non avrei dovuto parlare, e invece era stata terribile, l’insegnante era a volte incoraggiante, altre mi faceva il verso e mi provocava. Dovevamo lasciare che i nostri corpi comunicassero il nostro sé più autentico e vulnerabile, qualsiasi esso fosse. Alla fine della seconda lezione, l’insegnante si chinò sulla mia pancia e urlò: “Hey, bellezza, fuori di qui!”. E ad ogni lezione successiva mi faceva sentire una nullità, fischiando, abbaiando, costringendomi a fare movimenti strani che mi riempivano di angoscia.
Il molestatore si precipitò verso una casa a due piani dietro un cancello in ferro battuto, agghindato con palloncini rosa. Armeggiò con le chiavi, provando ad aprire il cancello.
“Cosa vuoi?” disse, quando mi avvicinai. “Stai lontana da me”.
“Mi hai palpato” dissi io, e la mia voce tremò.
“Sei pazza”. Provò con un’altra chiave, e finalmente il cancello si aprì. “Ci si vede” disse scivolando dentro.
Due ragazzine in abito da festa e un ragazzo vestito da Spiderman arrivarono attraverso il vialetto d’ingresso, correvano e urlavano: “Papà! Papà!”
M’infilai attraverso il cancello prima che potesse richiuderlo.
“Che bello rivederti” mi disse con un tono esageratamente felice, bloccandomi la strada. “Se hai bisogno di qualsiasi cosa, fammi sapere”.
“Viene anche lei alla festa?” disse la ragazza più grande.
“Mi stai invitando?”
La ragazza annuì. “Tutti sono invitati”.
“Beh, grazie”, dissi. “Mi piacerebbe tantissimo conoscere tua madre”.
“Mamma!” gridò.
“Via. Ora” sibilò l’uomo. Come sembrava ansioso mentre seguiva i suoi bambini sul lato dell’edificio verso il cortile, la recinzione incordata di festoni e altri palloncini, una pignatta a forma di unicorno appesa a un albero.
Mentre ci veniva incontro dal terrazzo, sua moglie irradiava simpatia. Indossava un abito luminoso, i capelli scuri in una crocchia disordinata in cima alla testa.
“Beh, ciao” disse, allungando la mano. “Sono Stephanie, la moglie di Kevin”.
Esitai troppo a lungo, e l’uomo che ora conoscevo come Kevin disse “È un po’ scossa. Uno stronzo l’ha palpata sul treno. Le ho detto di venirsene via con me”.
Sbattei le palpebre, attonita, ma anche un po’ colpita.
“Oddio poverina” disse la moglie, poggiandomi la mano sulla spalla. “Sono così felice che Kevin fosse lì con te. Hai bisogno di bere qualcosa? Abbiamo vino, margarita. Faccio anche dei mocktail eccezionali”.
“Deve andare via” Kevin disse troppo in fretta. Avrebbe voluto cacciarmi via dal cortile, fuori dal cancello.
“In realtà lo prenderei molto volentieri, un margarita” dissi, ricomponendomi. “È stato davvero terribile. Quell’uomo deve farlo di continuo. Probabilmente poca autostima e un cosino… ” La loro figlia minore si strinse alla gamba di sua madre, ascoltando. “… una sindrome da cosino piccolo”.
La risata da cavalla di Stephanie mi fece quasi pentire di essere lì. Non aveva idea di chi fosse suo marito. Perché rovinare la sua felicità, anche se era falsa? Non avrei dato anch’io qualsiasi cosa in quel momento, pur di ritornare all’ignoranza della mia vita precedente?
“Cosa ha fatto l’uomo?” chiese la bimba piccola.
“Vai a giocare” disse Kevin. Aprì il suo zaino e consegnò a Stephanie dei tovaglioli e dei bicchieri di plastica.
“Ti sei ricordato il gelato?”.
“Lo sapevo che avevo dimenticato qualcosa”.
“Ti ho scritto tutto” disse con una nota di fastidio.
Lui mi guardò, poi disse “Non torno indietro”.
“Fai un salto al volo al negozio all’angolo. Prendi un paio di vaschette di vaniglia”.
Non voleva lasciarmi da sola con lei. “Abbiamo la torta. I bambini saranno svegli tutta la notte comunque”.
“Però non è un compleanno senza torta e gelato, giusto?” dissi io a Stephanie.
“Infatti. Grazie. Kevin, per favore”.
“Perché non vai tu?” disse, e lei lo fissò finché disse “Ok, ok”. Poi si rivolse a me “Vieni, ti accompagno fuori”.
“Kevin. No. Le faccio da bere”. Stephanie mi diede una pacca sul braccio. “Resta, per favore. Abbiamo un sacco cibo. Sono sicura che ti troverai benissimo con i vicini”.
Kevin ed io la osservammo tornare verso il terrazzo dove altri adulti sedevano attorno a un lungo tavolo con ombrellone. “Non ti crederanno mai” disse. “Sarà meglio che tu te ne sia già andata per quando rientro”.
Lo guardai filare via verso il cancello e precipitarsi al negozio. Era un tipo qualsiasi. Normale. Quando aveva iniziato a molestare e palpare? O ero stata io, la prima? Stephanie attraversò il cortile, armata di due cocktail. Mi passò il margarita, dicendo: “Mi dispiace davvero tanto per quello che ti è successo. Un vecchio si è fatto vedere nudo alle ragazze del quartiere per tutta l’estate. Alla fine l’hanno acciuffato, ma probabilmente è già fuori di nuovo”.
“Probabilmente”, dissi. “E voi due, come vi siete conosciuti?”
“Kevin ed io?” Era distratta dai bambini che in fondo al cortile spingevano la pignatta avanti e indietro.
“Lasciatela stare!” disse. “Smettetela di toccarla. Ve l’ho detto, dopo la torta”.
Arrivarono altri ospiti. Molte donne giovani si riunirono a gruppetti ridendo, raccontandosi storie.
Il mio stomaco si gonfiava nel tessuto stretto della tuta. Kevin sarebbe tornato con il gelato da un momento all’altro. Dovevo parlare a Stephanie subito, ma la mia vescica era pronta a esplodere.
“Ti dispiace se uso il bagno?” chiesi.
“Certo che no. Ce n’è uno in fondo al corridoio, dalla cucina, appena entri”.
Corsi verso il portico e fra le porte scorrevoli in cucina, dove una donna più anziana era impegnata a sistemare cibo sui vassoi. Assomigliava un po’ a Stephanie. Mi sorrise, un’innocua madre di mezza età a un’altra, e le passai accanto per andare in bagno, dove controllai di aver chiuso a chiave e combattei per liberarmi dalla tutina. Il mio braccio destro era bloccato al lato mentre mi divincolavo e strattonavo, e finalmente mi liberai. Come mi sentivo patetica, seduta nuda sulla tazza, nel bagno dell’uomo che mi aveva appena aggredita, i vestiti attorno alle mie caviglie. Mi alzai e tirai su la tuta, trattenni il respiro e provai a richiudere la lampo, ma si era strappata, per cui avrei dovuto tenere il braccio incollato al fianco per nascondere la pelle esposta. Di fronte al lavandino, mi lavai le mani. Diedi un sorso al margarita. Era perfetto: aspro, punteggiato di scorza di limone. Aprii lo zaino e mi misi un po’ di rossetto. Che stavo facendo? Non sarei mai andata da Stephanie a raccontarle tutta la verità, a lei, e a tutti gli altri. Kevin probabilmente aveva ragione, non mi avrebbero mai creduta. Per quanto ne sapevo, poteva essere già tornato. Avevo il rossetto in mano. Avrei potuto scriverlo sullo specchio e poi sgattaiolare via dalla parte anteriore della casa, lasciando il mio messaggio al destino. Poi pensai ai suoi bambini fuori, alla festeggiata, ed ebbi un’idea migliore.
Presi il cocktail e lo zaino e scivolai attraverso il salone e sulle scale, cercando la camera di Kevin e Stephanie. Nel corridoio c’erano foto di famiglia, e in ognuna di quelle Kevin indossava lo stesso ghigno viscido. Sopra le foto c’era stampata la frase: La parte più bella dei ricordi è farli.
La loro camera era alla fine del corridoio, e quando aprii la porta un odore acido mi colpì il naso e mi riportò ai primi giorni da genitore, quando la camera da letto era la parte più trascurata della casa. C’era il comò di lui e quello di lei, uno lungo con un grande specchio, uno di lato, più alto, entrambi coperti di oggettini di cura personale. La TV era appesa sopra una cyclette su cui stavano stesi i panni. Sul pavimento c’erano calzini appallottolati, e io mi immaginai Kevin un anno dopo a guardare la TV nel letto da solo, sua moglie già con qualcun altro. Sistemai il mio drink sul comò lungo vicino alla foto incorniciata del loro matrimonio e tirai fuori il rossetto dallo zaino. Stavo per scrivere “il maniaco è tuo marito” sullo specchio, ma quando mi inclinai intravidi il volto stanco di mia madre sopra il mio, e potei sentirla dire: Lascia stare. Che senso ha?
Poi vidi Kevin sulla porta, la bocca spalancata, le labbra storte in… cos’era? Disgusto? Sorpresa? Vergogna? Non parlava, e io capii perché mi aveva toccato quel pomeriggio, non una, ma tre volte. Non aveva scelto me. Ero semplicemente lì, ero semplicemente seduta al posto giusto. Nello specchio apparve anche la faccia di mio padre, e mi ricordai di quando pizzicava mia madre sul sedere quando si piegava per strizzare lo straccio, o quando portava il cesto della biancheria per le scale. “Gary!” diceva, “Finiscila”. Come ridevamo, con i miei fratelli e le mie sorelle, e come ci davamo i pizzicotti l’un l’altro. E c’era gioia in quell’atto, il piacere dell’inseguimento. E mi ricordai di nuovo di quel ragazzo, quello che mi aveva trattenuta vicino al parco finché mi ero messa a strillare. Capii perché i bambini festeggiavano con suoni striduli e acuti: si esercitavano per i futuri maniaci che avrebbero incontrato.
Forse era stato solo dopo in treno, tornando a casa, che avevo pensato a quante volte mia madre è stata aggredita o inseguita nella sua vita, ma qualcosa si era sciolto dentro di me. Mi inchinai verso lo specchio con il mio rossetto e contornai le labbra con un broncio rosso sgargiante. Tirai fuori gli strumenti da clown e m’incipriai il volto di bianco, dipinsi le sopracciglia nere e spesse. Mi attaccai il naso di plastica e la parrucca arcobaleno.
In mezzo a tutto questo Kevin non parlò né si mosse, nemmeno quando mi sedetti sul suo letto matrimoniale a infilarmi le scarpe da clown, a creare spessore sulle dita dei piedi con carta da giornale. Era perso, fluttuante, un palloncino che aleggiava sulla sua stessa vita. In questo eravamo uguali.
Poi apparve Stephanie: la sua faccia registrò shock, e poi confusione. “È un clown? Perché è nella nostra stanza?”
Kevin balbettava mentre io mi alzavo in piedi come un pinguino. Presi i miei guanti bianchi e li infilai: era stato uno strip-tease al contrario. Appesi la trombetta attorno al collo e porsi il mio naso di scorta a Kevin.
“Mettilo” dissi.
Nonostante fosse stupefatto, obbedì.
“Wow” disse Stephanie “non vedo l’ora di vederlo! Vado giù ad accendere le candeline”.
Corse via e io sollevai un piede e poi l’altro e Kevin si voltò e fuggì via per le scale.
Le mie scarpe sbattevano forte mentre scendevo le scale dietro di lui verso il salotto, attraverso la cucina e le porte del patio. Fuori, gli ospiti si zittirono. I bambini smisero di picchiare la pignatta in fondo al giardino. Kevin indietreggiò al limite della terrazza con il suo tondo naso rosso.
“Guarda” una madre disse al suo bambino in grembo “un clown. Due clown”.
Kevin rise imbarazzato e provò a tirare via il suo naso.
Io scossi la testa e agitai l’indice inguantato: No, no, no.
Mollò il naso, che gli restituì uno schiocco: Kevin trasalì, e gli ospiti risero.
Cosa stesse succedendo a Kevin non lo so dire, ma non ero io, oppure ero più me di quanto fossi mai stata prima o dopo. I miei piedi erano pesanti sulla terrazza, mentre ballonzolavo in avanti. Il vento si infilava nella lampo rotta mentre io battevo le mani, inclinavo l’anca e sbattevo le palpebre.
Un bambino scoppiò a piangere.
Ero orribile, ero bella. Mi avvicinai a Kevin, e Kevin scappò verso sua moglie, che protesse la torta e lo spinse via. Lui inciampò e cadde all’indietro sul terrazzo, raddrizzandosi e cadendo di nuovo, come in una coreografia.
Nel giardino volteggiavo dietro di lui. Lo pizzicai e suonai la mia trombetta mentre lui correva. Siamo normali, Kevin, telegrafavo mentre andavo a zigzag, con camminata da papera, e lo inseguivo. Moriremo, comunicavo.
Kevin alzò il braccio per saltare sul barbecue non ancora acceso, io battei le mani in tutta risposta e vi saltai anch’io. Stavamo correndo per le nostre vite, il mio aggressore ed io. Intorno a noi tutti ridevano e urlavano. Giro dopo giro, correvamo in quel cortile recintato, l’unicorno oscillava sull’albero, la festeggiata ci guardava con il pugno stretto in bocca, la trombetta suonava, suonava.
Un racconto di Rachel Swearingen, tradotto da Esther Bondì
Clown School è stato pubblicato in lingua inglese sulla rivista “Sand”

